martedì 5 febbraio 2019

Polizia dell'Africa italiana


(Reparto della P.A.I. schierato)



Nasce la P.A.I.

Nel 1936 poco dopo la conquista dell'Etiopia si ritenne necessaria la creazione di un corpo di sicurezza destinato al mantenimento dell'ordine nelle colonie italiane. Questo corpo sotto diretto comando del Ministero delle Colonie fu creato ufficialmente il 10 Giugno 1937 con regio decreto n. 1211, il corpo assumeva le funzioni di polizia giudiziaria, amministrativa e politica.

Nonostante di base fosse un corpo civile, la P.A.I. fu un'istituzione fortemente militarizzata. Oltre al personale italiano, fu permesso l'arruolamento di libici, eritrei e somali. Il comando supremo della P.A.I. fu affidato al generale Riccardo Maraffa.
Mantenere l'ordine nei territori d'oltre mare non fu impresa facile, già dopo la prima guerra mondiale l'Italia si vide impegnata in una lunga e sanguinosa opera di "pacificazione" della Libia. Con l'acquisizione dell'Etiopia si ripresentava un problema analogo. 
La P.A.I. creata anche e soprattutto per questo compito riuscì a svolgere più che sufficientemente il proprio lavoro.

La prima azione riconosciuta della P.A.I. in ambito anti-guerriglia fu un assalto al villaggio di Tulludintù in Etiopia. L'attacco, effettuato da uno squadrone a cavallo della P.A.I. ebbe il successo sperato, i ribelli abissini furono costretti alla fuga ed il villaggio liberato dalla loro presenza.


Seconda guerra mondiale

Con lo scoppio del secondo conflitto mondiale la P.A.I. si ritrovò proiettata in un contesto ben diverso per la quale venne creata. In Libia un battaglione fu affiancato ai reparti del Regio Esercito in qualità di unità esplorante.
La controffensiva britannica colse di sorpresa anche questo reparto della P.A.I. che venne sciolto ufficialmente alla fine del Gennaio del 1941.


(Ascari libici della P.A.I.)


Gli altri reparti della P.A.I. continuavano a svolgere regolarmente i loro compiti, tuttavia in Africa Orientale Italiana l'andamento del conflitto costrinse i reparti della Polizia ad unirsi alle forze armate italiane nella lotta contro i britannici, superiori in fatto di mezzi ed armamento a disposizione.
Alcuni reparti mobili della P.A.I. vennero utilizzati come avanguardie durante la fase iniziale del conflitto in A.O.I. quando le forze italiane avevano ancora la possibilità di poter attuare puntate offensive in territorio britannico.

Il crollo dell'africa orientale mise la P.A.I. in crisi. Soprattutto tra gli ascari abissini si verificarono svariati casi di diserzione.
Il 28 Marzo 1941 il vice Re decise di abbandonare Addis Abeba, ritenuta indifendibile, cedette tutti i poteri riguardo la sua giurisdizione al generale della P.A.I. Renzo Mambrini.
Il generale si trovava davanti ad un compito difficilissimo, in città erano presenti 40.000 civili italiani che rischiavano la loro incolumità personale a causa di possibili sommosse popolari da parte degli abissini, che vista la situazione si stavano per rivoltare contro gli italiani in vista dell'arrivo delle truppe britanniche.
Mambrini predispose tre zone di sicurezza in cui far affluire gli italiani in caso di rivolta abissina. 500 abissini nonostante la situazione scelsero di restare al fianco della P.A.I. rischiando di essere successivamente accusati di tradimento da parte dei rivoltosi forti dell'aiuto dei britannici.
Il 31 Marzo iniziarono gli incidenti, i ribelli abissini cercarono di forzare il perimetro di sicurezza. Gli uomini della P.A.I. risposero prontamente e riuscirono non senza fatica a respingere l'assembramento dei rivoltosi. Al termine degli scontri si registrarono 19 morti e 73 feriti tra i membri della P.A.I. le perdite dei ribelli non sono purtroppo documentate.
Il 1° Aprile Mambrini emanò un'ordinanza con la quale richiamava alle armi tutti i nazionali tra i 17 ed i 60 anni di età. Questa misura si ritenne necessaria in quanto gli elementi della P.A.I. rischiavano di restare in una schiacciante inferiorità numerica nei confronti della popolazione indigena.

Il 3 Aprile alcuni quartieri di Addis Abeba non erano più transitabili dagli italiani data l'enorme presenza di ribelli armati. La P.A.I. intervenne più volte durante la giornata per reprimere i tentativi di saccheggio ai danni delle zone italiane, riuscendo il più delle volte a disperdere gli abissini.
Il giorno successivo Mambrini data la situazione ordinò lo sgombero delle famiglie italiane situate nei villaggi esterni che stavano ormai per cadere in mano agli abissini. L'operazione venne svolta dal reparto mobile della P.A.I. che una volta caricati i civili si trovò più volte sotto attacco dei ribelli in una ripetute serie d'imboscate. Si registrarono purtroppo delle perdite anche tra i civili italiani. Il 5 Aprile la colonna riuscì dopo un'intera giornata di combattimenti a raggiungere le zone sicure di Addis Abeba.

I ribelli forti della superiorità numerica desideravano fortemente ottenere il controllo della città prima dell'arrivo delle truppe britanniche in modo da poter ottenere una vittoria personale ai danni degli italiani. Tuttavia il dispositivo difensivo della P.A.I. continuava a reggere, il perimetro resse l'urto degli attacchi nemici. 
Il 6 Aprile le prime avanguardie britanniche entrarono ad Addis Abeba, gli insorti sospesero quindi ogni altro tentativo di irrompere all'interno della zona italiana.
Il generale Mambrini alle 12:30 fece ammainare la bandiera italiana da un picchetto della P.A.I. che rendeva gli onori.
Mambrini consegnò la città ai britannici senza ulteriori spargimenti di sangue ritenendo di aver portato a termine il compito di protezione nei confronti dei cittadini italiani. I britannici decisero di lasciare la P.A.I. in servizio attivo per quanto riguarda le attività di polizia ma ritirarono loro tutte le armi automatiche e le bombe a mano. 


(Il generale Mambrini comunica la resa di Addis Abeba al comandante dell'undicesima divisione britannica)


Gli abissini però ne furono enormemente contrariati, tanto che il 7 Aprile ci fu un'assalto ad un gruppo di 300 ausiliari della P.A.I. nei pressi del mercato indigeno. Gli agenti risposero al fuoco causando la morte di svariati abissini. L'incidente indusse i britannici a considerare un graduale disarmo delle forze di polizia italiane.

Il 30 Aprile la P.A.I. di Addis Abeba venne definitivamente sciolta dalle autorità britanniche ed i membri inviati nei campi di concentramento inglesi in Kenya.


L'8 Settembre e la P.A.I.

Molti elementi della P.A.I. dopo la caduta della Libia vennero trasferiti in Italia, in attesa di futura ricollocazione.
Già il 25 Luglio 1943 con la caduta di Mussolini si faceva molto affidamento sulla P.A.I. in quanto si riteneva assolutamente devota all'istituzione monarchica e non al fascismo.

Il generale Maraffa, comandante supremo della Polizia dell'Africa Italiana ordinò alle sue unità di tornare attive in Roma, si temeva una qualche reazione da parte della Milizia fascista in seguito alla caduta di Mussolini, reazione che però non arrivò.
Il 28 Luglio la P.A.I. svolgeva regolarmente l'attività di polizia presso la capitale.


(Un'autoblindo della P.A.I. a Roma)


All'8 Settembre vi erano a Roma 1.581 uomini della P.A.I. ed al momento dell'annuncio di Badoglio nessuna comunicazione era stata fatta pervenire al comando della P.A.I. che restò così senza ordini come la maggior parte delle forze armate italiane.
Alle 20:00 il comando del corpo d'armata di Roma chiedeva alla P.A.I. di inviare con urgenza un'unità a Porta San Paolo. Da li nuovamente inviati verso il deposito di carburanti di Mezzocamino, sulla via Ostiense. Tuttavia l'unità fu fermata da un gruppo di paracadutisti tedeschi che tentarono con svariati pretesti di convincere l'unità del tenente Barbieri a tornare indietro quando ad un certo punto fu aperto il fuoco.
La compagnia riuscì a rompere l'accerchiamento ed a rientrare in città.
Il 10 Settembre 1943 Roma veniva dichiarata "città aperta" e le forze italiane che fino ad allora avevano tentato di resistere ai tedeschi furono disarmate. 
La P.A.I. che partecipò alla difesa della città venne ancora una volta adibita al servizio d'ordine cittadino. Il generale Maraffa tentò di mettersi in contatto con gli alleati tramite radio, cercò di escogitare un piano d'insurrezione della capitale che però restò soltanto un'idea in quanto le forze alleate non sembravano in grado di raggiungere Roma in tempi brevi.


(I generali Presti e Maraffa a colloquio con il colonnello Kappler)


Con la costituzione della Repubblica Sociale Italiana il ruolo della P.A.I. si fece sempre più difficile. Il genera Maraffa fervente monarchico rifiutò di giurare fedeltà al nuovo stato fascista, venne quindi arrestato e deportato in Germania nel campo di concentramento di Dachau, dove morì nel 1944.
La P.A.I. continuò il servizio d'ordine a Roma anche sotto la Repubblica Sociale nonostante una difficile convivenza con le forze tedesche che del tutto consapevoli dell'orientamento politico della maggioranza degli agenti, preferirono chiudere un occhio piuttosto che dover pensare a trasferire a Roma ulteriori forze d'occupazione preziose in altre zone d'Italia.
Il tentativo di riforma della P.A.I. da parte della R.S.I. venne definitivamente meno quando fu deciso di inglobarla alla Guardia Nazionale Repubblicana. La P.A.I. venne ufficialmente sciolta dalle autorità fasciste nel Marzo 1944.

A sud invece, sotto il controllo alleato, le unità della P.A.I. rimanenti, servirono regolarmente come servizio d'ordine, fino al definitivo scioglimento, il 9 Marzo 1945.


D.M.



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