martedì 23 ottobre 2018

Verso la vittoria - Parte I


(Armando Diaz, capo di stato maggiore dell'esercito)



Introduzione

Tra pochi giorni saranno passati esattamente cento anni dalla fine del primo conflitto mondiale in Italia. Un anniversario che merita di essere ben ricordato per ciò che ha rappresentato per il nostro paese e per la storiografia militare.
Le forze armate italiane dopo la sconfitta di Caporetto furono in grado di tenere il fronte, anche grazie alle capacità del nuovo capo di stato maggiore, il generale Armando Diaz, che sostituì Cadorna nel Novembre del 1917.
Il nuovo comando portò una ventata d'aria fresca, Diaz infatti teorizzava la guerra in modo decisamente più moderno rispetto a Cadorna, ancorato alle sue convinzioni senz'altro anacronistiche.

E' di Diaz l'idea di costituire la Sezione P, un organizzazione facente parte dell'esercito che vigilava sullo stato d'animo dei soldati, ritenuto dal generale parte fondamentale dello sforzo bellico, credendo che la sconfitta di Caporetto derivasse per gran parte da deficienze dovute allo scarso morale delle truppe.
La Sezione P in oltre si concentro' sulla propaganda, cercando di infondere sulle forze armate uno spirito di sacrificio necessario per il conseguimento della vittoria.

(Manifesto propagandistico italiano)


Questo primo articolo, sarà una piccola introduzione che ci illustrerà la situazione sul fronte italiano e lo studio dell'ultima offensiva di Vittorio Veneto.
Nei prossimi due appuntamenti (Come sempre di Martedì) verrà invece illustrata nel dettaglio la battaglia che segnò la fine dei combattimenti sul fronte italiano.


Il momento giusto

Dopo aver respinto l'offensiva austro-ungarica in Giugno, il comandante supremo delle forze alleate, Foch, chiese al generale Diaz di passare al contrattacco ritenendo di molto indebolite le capacità difensive degli austro-ungarici. Tuttavia, Diaz respinse le richieste, nonostante la sconfitta subita il nemico conservava ancora una buona solidità.
Diaz rinviò l'offensiva a data da destinarsi, sicuro che prima o poi sarebbe arrivato il momento giusto.


(Il generale Ferdinand Foch, comandante supremo alleato)


Gli imperi centrali iniziavano a scricchiolare, la resa della Bulgaria innescò una reazione a catena impossibile da arrestare. L'impero Ottomano in estrema difficoltà si trovò costretto ad iniziare a pensare di negoziare la resa proprio a causa della resa bulgara che esponeva l'area occidentale del paese.
Di conseguenza, lo stato maggiore italiano si decise finalmente a studiare progetti offensivi.
A preparare una prima bozza del piano fu l'allora colonnello, Ugo Cavallero, capo ufficio operazioni del Regio Esercito.

L'offensiva prevedeva un attacco concentrato su venti chilometri di fronte, con direttrice Vittorio Veneto. Tale azione avrebbe portato alla rottura della linea difensiva nemica in due tronconi, mettendo cosi in crisi il dispositivo difensivo austro-ungarico e provocato il collasso del fronte.
Il 26 Settembre il promemoria Cavallero venne discusso al quartier generale, dove il comandante della 8a Armata, il generale Caviglia propose alcune modifiche. Riteneva necessaria un'azione diversiva verso il Grappa così da distrarre le truppe nemiche dal reale obiettivo.
Diaz approvò le modifiche e nonostante il piano sembrasse ottimamente studiato e dalle buone possibilità di successo, Diaz restava comunque ancora molto titubante sul da farsi.

Ai primi di Ottobre l'inazione italiana iniziò a turbare il governo, il primo ministro Orlando dopo aver parlato col generale Foch si era detto preoccupato, il francese infatti riteneva ormai di poter raggiungere la vittoria sul fronte occidentale anche senza l'aiuto italiano.
Orlando rientrò immediatamente in Italia, si scontrò violentemente con Diaz che restava fermo sulle sue posizioni, convinto di non essere ancora pronto all'offensiva.
Il 12 Ottobre sembrava addirittura imminente l'esonero del generale Diaz, con il generale Giardino pronto a sostituirlo.



"Preferisco la sconfitta all'inazione!"

Il 15 Ottobre il primo ministro Orlando inviò un telegramma a Diaz le cui parole sono rimaste nella storia: "Preferisco la sconfitta all'inazione!".
Tale era la necessità politica di un offensiva italiana che si era disposti a sacrificare migliaia di vite senza ottenere alcun successo pur che non si restasse con le mani in mano. Orlando infatti era venuto a conoscenza dell'apertura dei canali diplomatici tra impero austro-ungarico ed alleati, temendo quindi che l'Italia potesse rimanere fuori dagli accordi (a ragione dato che come sappiamo le prime richieste d'armistizio vedevano l'Austria-Ungheria chiedere una pace separata senza quasi alcun vantaggio per l'Italia).


(Il capo del governo, Vittorio Emanuele Orlando)


Finalmente Diaz si decise a passare all'azione, già il 13 Ottobre, prima del disperato telegramma di Orlando, tenne una riunione dove approvò definitivamente il piano offensivo, apportando delle modifiche riguardanti la copertura sui fianchi dell'8a Armata che avrebbe prodotto lo sforzo principale.
L'ordine definitivo venne emanato il 21 Ottobre, l'offensiva inizialmente prevista per il 23 venne spostata al 24 a causa di avverse condizioni meteo che rallentarono la preparazione logistica.

L'esercito italiano forte di 51 divisioni appoggiate da tre divisioni britanniche, due francesi ed una cecoslovacca era pronto a scatenare l'offensiva finale che avrebbe stroncato la resistenza austro-ungarica.



In attesa del miracolo

L'Imperial Regio-Esercito Austro-Ungarico schierava sul fronte italiano all'Ottobre 1918 ancora una forza numericamente di tutto rispetto, 56 divisioni per un totale di circa 800.000 uomini.
Tuttavia dopo la sanguinosa ed inutile ai fini strategici, offensiva di Giugno, le forze austro-ungariche soffrivano di mancanze logistiche enormi. Molte delle opere difensive cadevano a pezzi, solitamente dopo i bombardamenti d'artiglieria nemici esse venivano risistemate, ma la carenza di cemento, ferro ed altro materiale rese quasi impossibile la manutenzione delle strutture.

Il Gruppo Armate Borojevic, comandato dall'omonimo generale, difendeva tutto il settore del Piave. Il generale austro-ungarico era consapevole della gravità della situazione, fece di tutto per tentare di risollevare il morale ormai gravemente compromesso delle sue truppe, ma a nulla valsero i suoi sforzi.
Le differenze culturali delle varie truppe imperiali provenienti da diverse aree dell'Impero iniziavano a diventare fonte di litigi fra le stesse unità dell'imperial regio esercito, cosa che provocò diverse diserzioni.


(Il generale Borojevic)


L'impero asburgico iniziava a sgretolarsi dall'interno, tuttavia l'alto comando sperava che un miracolo potesse mutare la situazione, un po' come accaduto agli italiani dopo la sconfitta di Caporetto, che sembrava l'inizio della fine per il fronte italiano. Al contrario invece, gli italiani furono in grado di tenere la linea del Piave e di evitare il disastro totale grazie anche ad uno scatto d'orgoglio ravvivato da un'ottima iniziativa propagandistica, che fino ad allora era mancata.
Ma il miracolo invocato dal comando austro-ungarico non sembrava realizzarsi, il morale delle truppe era sempre più scarso.

Alla vigilia dell'attacco italiano la situazione austro-ungarica era quindi difficile, aggrappata ad un possibile miracolo ed appesa ad un filo, quello della linea difesa dalle sue truppe.





D.M.

A Martedì prossimo!



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